Henry’s Boards: dallo skimboard alla bellyboard, dieci anni di gioco

26 Luglio 2021 · In evidenza, Notizie · Ultimo aggiornamento il 27 Luglio 2021

Abbiamo contattato Andrea dopo aver scoperto che realizza anche handboard in legno e ci ha raccontato la sua interessante storia di costrutture di tavole da surf.
Il bellyboarding è la più vecchia forma di surf delle Hawaii e delle isole polinesiane nella quale si utilizza una particolare bodyboard con una forma basata sull’antico paipo (che significa tavola corta o piccola).

Ci accomuna la passione per un modo poco diffuso di surfare le onde e anche il piacere di costruirsi da soli la tavola per il proprio divertimento, essendo relativamente semplice. La sua esperienza può essere d’aiuto per chiunque decidesse di costruire delle tavole per il surf in legno.

Nella primavera del 2010 ho chiesto a Lilli, mia moglie nonché mamma dei nostri quattro figli, di cominciare a pensare a dove andare in ferie ad agosto. Dopo qualche iniziale dubbio e indecisione tra mare e montagna, la scelta è come al solito caduta su una località di mare. Come tutti i genitori, cercammo di orientare la scelta affinchè fosse salvaguardato il divertimento per i ragazzi, che al tempo avevano 9 mesi, 4, 7 e 11 anni, pertanto arrivammo a circoscrivere il perimetro di scelta a località che avessero tre requisiti: possibilità di accedere alla spiaggia senza dover usare mezzi di trasporto, sabbia, acqua poco profonda.
La scelta alla fine cadde su una bellissima località della costa pugliese, sotto Vieste e così alla vigilia della partenza cominciai a caricare il nostro camper con tutto quello che poteva servire per 15 giorni a ognuno dei sei membri della famiglia, quindi… biciclette, monopattini, kite, maschere da sub, pinne, boccagli, mute, skate, skimboard, barbecue, ghiacciaia, ombrelloni, sedie pieghevoli, palette, secchielli, poncho, teli da spiaggia, etc… peccato che il “camper” fosse solo un Volkswagen Trasporter T4 a passo lungo… e non un tir con rimorchio!

Così quando Lilli si presentò per accertarsi che non avessi dimenticato qualcosa di importante, rimase senza parole! «Henry, ma sei matto? Ci hai infilato dentro tante di quelle cose inutili che non c’è posto per sedersi, figurati per viverci quindici giorni! Scarica tutto e tieni solo quello che serve per stare in spiaggia». E così ho fatto.

Però, se per Carlotta che aveva 9 mesi e per Gabriele che aveva 3 anni secchielli e palette avevano trovato un posticino insieme a matite colorate e fogli da disegno e per Rebecca che aveva 7 anni, tre diversi mazzi di carte erano stati infilati in un cassettino, mancava qualcosa per far giocare Giorgio in spiaggia: aveva 11 anni, era troppo grande per giocare con secchiello e paletta dei fratelli e troppo agitato per giocare a carte più di dieci minuti e quindi… guardo la catasta di cose che avevo scaricato e nel mucchio vedo lo skimboard di compensato che aveva passato tutta la sua vita in garage… mai usato! Avevo solo qualche ricordo di quando erano apparsi sulle spiagge negli anni 80, ma nulla di più. Questo me lo aveva regalato qualche anno prima un amico che stava ripulendo il suo garage. Lo avevo preso e trasferito nel mio garage e lì era rimasto. E così lo infilai in uno spazietto ancora libero nel camper.

La vacanza fu perfetta, ognuno dei ragazzi trovò i suoi divertimenti ma, più di tutti, è Giorgio che ancora oggi si ricorda di quelle giornate passate a lanciare lo skimboard su un bagnasciuga di sabbia finissima perfettamente piatta e livellata! Che divertimento… e che cadute! Ma quelle me le ricordo di più io.

Il primo skimboard

Al ritorno, svuoto il camper per lavare e riporre tutto quello che c’era e quando arriva il turno dello skimboard… sorpresa! Gli strati del compensato si stavano scollando… peccato, ci eravamo divertiti, ma ormai è a buttare.
Qualche giorno dopo me lo ritrovo davanti e mi ricordo che avevo deciso di buttarlo, ma… ti pare che butto un pezzo di legno?! Per di più con dei bei disegni… non sia mai! Però non potevo neanche ripararlo, perché era stato costruito con compensato di pioppo laminato con colla non adatta ad ambienti umidi, quindi per salvarlo e continuare ad usarlo avrei dovuto lavorarci per rincollare i vari strati e resinare tutto… no, non ne valeva la pena, però… poteva essere usato come dima per farne un altro! Ma certo, bastava procurarsi un pezzo di compensato marino ed un po’ di resina per costruire una replica del nostro giocattolo.
Detto fatto, mi procuro un foglio di compensato marino da 8 mm, tiro fuori il mio seghetto alternativo e la carta vetrata, scavo in garage per cercare la resina epossidica che mi era avanzata da quando avevo rifatto i fondi agli scafi dell’Hobie Cat e un residuo di smalto bianco. Taglio, scartavetro, curvo la parte anteriore, scelgo con Giorgio il disegno di un bel pesce che replichiamo al centro, un bel bordo bianco tutto intorno, resino tutto e nel giro di un paio di giorni il nostro primo skimboard è pronto, con Giorgio si ricomincia a giocare in riva al mare e… nasce il marchio Henry’s Boards!

Da lì in poi ho realizzato una quantità di skimboard per i figli e per gli amici dei figli (ma qualcuno anche per me), di tutte le forme e misure, con disegni di ogni tipo, combattendo sempre sia per selezionare vernici per i decori affinché rimanessero stabili in fase di resinatura delle tavole sia per contrastare l’attitudine del compensato di okumè a riprendere nel tempo la propria forma, vanificando quindi i miei sforzi per curvare le tavole per dare un rocker adeguato alla parte anteriore ed evitare l’impuntamento nella sabbia al momento del lancio.

Poi, un paio di anni fa, girovagando sul web in qualche momento di noia, trovo un sito che propone filmati di gruppi di persone riprese in scenari di una bellezza incredibile, abbigliate in modo un po’ naif con vestiti che riportavano l’immaginazione ai bagnanti dei primi anni del secolo scorso, che tutte insieme si buttavano in acqua con delle curiose tavole sottobraccio su cui poi si sdraiavano e dalle quali si facevano riportare a riva spinti da ondine veramente piccoline: avevo scoperto la Cornovaglia e le bellyboards!

L’entusiasmo è stato istantaneo, dovevo realizzare subito una bellyboard! D’altronde non era molto diversa da uno qualsiasi dei miei skimboards, forse solo più semplice da realizzare, quindi… ho cominciato a giocare con le bellyboards.

Il mio approccio è stato piuttosto semplice, del tipo: l’oggetto mi piace, è di legno? Me lo costruisco.

Ho sondato il web cercando di capire le origini di queste tavole, i materiali usati, le forme più efficienti sull’onda, chi fossero i produttori e dove fossero.
In realtà ho scoperto una vera nicchia in quello che è l’immenso mondo degli appassionati di qualcosa con cui passare il tempo scivolando su un elemento, sia questo acqua, terra, neve, cemento, asfalto, etc.

La nicchia è popolata da persone assolutamente eterogenee per età, genere, luogo di residenza, prestanza fisica, possibilità economiche, lavoro e quant’altro, disposte ad infilarsi in acqua con qualsiasi tempo e temperatura, con pinne -ma anche senza- e tavola generalmente autocostruita che viene spinta da onde di qualsiasi tipo… tanto la tavola cammina comunque… insomma, un modo per stare in acqua, alla portata di tutti!

Perché è una nicchia? Semplicemente perché siamo davvero in pochi. Provate a chiedere a chiunque se ha mai sentito parlare di bellyboard… se va bene, vi guarderà con l’occhio pallato. In tutto il mondo la bellyboard è conosciuta da una manciata di persone. Nel senso che grazie ai social network ho contatti con persone sparse in ogni punto del mondo, ma complessivamente sono veramente poche.

Peccato, perché secondo il mio modo di vedere le cose, la bellyboard è paragonabile alle scarpe da corsa: te le porti sempre appresso e quando ti va, senza problemi di sorta, le infili e dove stai stai, cominci a correre e continui fino a quando ti va… e così è anche per la bellyboard.

Eh sì, perché l’essenza della bellyboard è proprio la possibilità di farti scivolare sull’acqua quasi con ogni condizione di mare, senza pretesa di dover compiere manovre con fondamenti tecnici pazzeschi o sforzi fisici impossibili, ti infili in acqua e vai. In più è leggerissima, la trasporti con estrema facilità nella sua sacca colorata (che hai realizzato tu, naturalmente), e se non hai spazio perché è troppo lunga… beh, prendi quella corta che hai fatto con gli avanzi del foglio di compensato da cui hai ritagliato quella lunga! E se anche quella corta è troppo lunga? Nessuna paura, dagli avanzi avrai sicuramente ritagliato anche un handplane!!

Grazie a Instagram e, più in generale, ai social network, sono entrato in contatto e relazione con tantissimi utilizzatori e costruttori di tavole, con cui ho scambiato idee e tecniche e ho iniziato a realizzare le prime tavole per mio uso e divertimento, poi quelle per i figli, per gli amici, per gli amici degli amici e così via.

Non sono un professionista della costruzione e non lo sarò mai: disegno ogni tavola dopo aver discusso con il suo futuro utilizzatore di forme e decori, cercando di capire quali siano per lui gli elementi emozionali da cui trarrà piacere una volta avuta la tavola, parto dalla scelta del foglio di compensato, non uso le dime delle tavole già fatte ma ogni volta ridisegno le linee secondo le idee di chi me le chiede, secondo la venatura del legno, non curandomi degli sprechi o di ottimizzare i tagli per sfruttare al massimo il foglio su cui sto lavorando. Non avrebbe senso realizzare tavole senza anima, assomiglierebbero troppo agli skimboard o agli skateboard a costo bassissimo che vediamo nei negozi di giocattoli: vorrebbe dire mettersi in competizione con chi ha potenzialità costruttive migliaia di volte superiori alle tue, ma a che pro? Io faccio tavole perché mi piace, perché mi piace il legno e mi da soddisfazione lavorarlo in modo accurato, secondo un metro di qualità che è solo mio, perché mi piace divertirmi utilizzando oggetti che ho creato in modo semplice e ogni volta che consegno una tavola a qualcuno che mi ha chiesto di realizzarla per lui, sono felice perché so che dal mio lavoro trarrà due soddisfazioni: quella di divertirsi in mezzo al mare e quella di avere un oggetto unico, fatto per lui e di cui dovrà prendersi cura nel tempo. Sì, perché la bellyboard mica può essere presa e buttata in garage fino all’utilizzo successivo, non sia mai! È per questo che consegno le mie tavole dotate di una sacca di cotone, fatta su misura per quella specifica tavola, entro cui dovrà essere riposta dopo essere stata lavata al termine di ogni utilizzo… seeeh, pare vero!

Ma torniamo a noi: cos’è la bellyboard? Dunque, la bellyboard non è altro che una tavola su cui ti sdrai a pancia sotto dopo esserti dato uno slancio con i piedi (se sei in un punto dove tocchi) o con un colpo di pinne, trovando il momento giusto per farti prendere e spingere dall’onda che passa in quel momento. Facilissimo!! L’avete fatto tutti da piccoli al mare, per farvi portare a riva dalle onde, ma lo avete fatto senza niente sotto la pancia!

Com’è fatta una bellyboard? Tendenzialmente ognuno se la fa come gli pare, nel senso che qualsiasi cosa liscia e piatta su cui ci si possa appoggiare è potenzialmente una bellyboard: un vassoio, uno sportello, una tavola di recupero… tuttavia secondo me oggi la bellyboard di riferimento è quella che usano in Cornovaglia, realizzata da poche aziende poco più che artigianali in compensato marino da 9 mm di spessore, lunga 120 cm e larga 30, con la parte posteriore squadrata e quella anteriore arrotondata e curvata, trattata superficialmente per rendere il legno impermeabile. Questo è il punto di partenza, ma da qui in poi tutto è lecito e se vi lasciate incuriosire dall’argomento, il web saprà essere generoso anche con voi.

Cosa serve per realizzare una bellyboard? Compensato marino e qualche attrezzo. In Italia, il compensato cosiddetto “marino” si trova solo di okumè o di pino, più raramente di betulla a incollaggio fenolico. Prendiamo in esame i primi due: l’okumè, per cui ho un debole, ha una venatura leggera ed elegante, i pannelli sono privi di difetti, di un colore rossiccio che una volta trattato prende carattere e si rafforza, si riesce a curvare senza strumenti specifici entro certi limiti; viene venduto in pannelli da circa 310 x 153 cm di vari spessori, ma quelli utili per le bellyboards sono l’8 mm (che flette un po’ sotto la spinta dell’onda) ed il 10 mm (che pesa un po’ di più): il 9mm, che sarebbe quello giusto per il rapporto peso/rigidezza, non viene importato. Il pino fenolico è invece un pannello utilizzato per gli imballaggi a causa della elevata resistenza e scarsa qualità estetica delle facce a vista, venate e piene di nodi e di difetti a meno di qualche caso eccezionale, però viene venduto anche nello spessore di 9 mm, con un peso tuttavia superiore al 10 mm di okumè. Inoltre non si riesce a curvare (nel senso che si curva, ma riprende velocemente la forma iniziale) se non unendo ed incollando due pannelli di basso spessore bloccati su una forma.

Tavola di okumè

Tavola di pino

 

Per quanto riguarda gli attrezzi, è necessaria una dotazione molto esigua, ma di qualità sufficiente, altrimenti la fatica sarà improba e il risultato scarso: un seghetto alternativo completo di una lama per tagli dritti puliti e una per tagli curvi (le lame sono le uniche cose da acquistare della massima qualità possibile), tre pialle Stanley surform (lunga, media e piccola), carta vetrata da 80, 120, 240, una riga (lunga almeno quanto la tavola) per tracciare le linee dritte, un compasso, qualche curvilinee, una matita: è tutto.
Individuata dunque la materia prima e raccolta l’attrezzatura, dobbiamo decidere che forma avrà la tavola che abbiamo deciso di realizzare. La premessa è che la curvatura della parte anteriore è un vezzo, un fatto estetico. Dal punto di vista funzionale non ha alcun valore aggiunto: è il bordo laterale della tavola che fa presa sulla parete dell’onda e che consente le manovre. Quindi, parlando di vincoli funzionali per tavole generiche (nel senso di poter essere utilizzate con facilità da chiunque), direi che i parametri ottimali potrebbero essere i due bordi laterali belli dritti per una lunghezza di circa 110–120 cm e una larghezza della tavola tra i 25 e i 35 cm. Detto questo, dal mio punto di vista è sbagliato farsi vincolare da forme e misure ottimali, bisogna lasciare assoluto spazio alla fantasia!

Quindi, a meno che non andiate cercando prestazioni particolari, date alla vostra tavola (o chiedete, se ve la fate realizzare) la forma che più vi piace, perché questo è un gioco in cui la parte estetica deve valere quanto quella funzionale.

Poi c’è il discorso della decorazione: chiaramente anche qui non ci sono limiti, tuttavia se pensate di farvi realizzare la vostra tavola, considerate che la decorazione comporta l’utilizzo di tecniche e di materiali tali incidere molto sui tempi di realizzazione e –quindi– sul costo finale.

Da ultimo parliamo della finitura delle superfici esposte: se stiamo utilizzando compensato di tipo marino, questo non avrebbe bisogno di alcuna finitura impermeabilizzante perché anche se immerso ed imbibito di acqua non subirebbe alcuna deformazione. Tuttavia è necessario trattare le superfici con un prodotto impermeabilizzante primo perché aumenta la scorrevolezza sull’acqua della tavola, secondo perché contribuisce a proteggerla anche dai graffi di sabbia e sassi, da ultimo perché protegge eventuali decori e disegni. Molti utilizzatori preferiscono impermeabilizzare le loro tavole con prodotti naturali, in genere oli impregnanti di origine più o meno vegetale (tipo olio di tung o hard wax oil) che proteggono, esaltano la venatura del legno, sono sempre rinnovabili per mantenere le prestazioni, etc… però io, pur apprezzando l’effetto nonché condividendo in parte la filosofia che sta dietro l’utilizzo di questi materiali, credo che le capacità funzionali, protettive ed estetiche dei prodotti chimici oggi facilmente reperibili siano talmente superiori a quelle dei prodotti naturali, da non essere paragonabili. La resinatura è senz’altro il metodo più efficace per ottenere tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ha una brillantezza incredibile e dura all’infinito, però costa molto, sporca molto ed i vari cicli hanno tempi lunghi da rispettare per avere risultati perfetti. Le vernici vetrificanti sono un buon compromesso: non costano troppo, sono a base d’acqua e quindi di semplice gestione, asciugano velocemente, hanno un buon grado di elasticità.

Allora, approfittando della cortesia di Nazzareno che mi ha messo a disposizione questo spazio, vi ho fatto perdere un po’ di tempo per raccontarvi alcuni episodi della mia vita, ma il fine era chiaro: introdurvi alla bellyboard passando per lo skimboard, cercando di creare interesse nei confronti di oggetti divertenti da utilizzare e belli da possedere, sempre nell’ottica di diffondere quella cultura a tema marino che sicuramente accomuna tutti coloro che già frequentano questo sito ma che, proprio perché parliamo di cultura, deve essere sempre alimentata e tenuta viva con ogni spunto di possibile interesse per creare comunità e condivisione di idee e passioni.

Se siete arrivati fino a qui, probabilmente l’argomento è stato di vostro interesse e forse potreste aver voglia di qualche ulteriore spunto o di qualche approfondimento, consiglio o idea per cominciare a realizzare la vostra tavola: contattatemi (Instagram @bellyboarditalia) e sarò contento di rispondere alle vostre domande e di condividere con voi nuove o vecchie idee, con la speranza di poterci incontrare in acqua al più presto!

Bodysurf Italia

Il bodysurfing è lo sport e l’arte di scivolare sulla cresta delle onde senza servirsi di alcun tipo di tavola.