Massimo Ciardi “murava le onde” da ragazzino, a cinquant’anni ha riscoperto il bodysurf e costruisce handboard in legno

16 Ottobre 2019 · In evidenza, Notizie · Ultimo aggiornamento il 16 Ottobre 2019

Da quando alcuni anni fa abbiamo creato la nostra Pagina Facebook, soprattutto allo scopo di trovare altri bodysurfer italiani, ci siamo resi conto che la maggior parte di questi si possono dividere in due categorie: quelli che hanno visto surfare le onde col corpo all’estero e non immaginavano che si potesse fare, e quelli che hanno iniziato a farlo senza sapere che sulle spiagge oceaniche fosse una delle varie specialità del surf nota come bodysurfing.
Massimo “Mammo” Ciardi appartiene alla seconda categoria che testimonia l’intenso legame col mare che ha la gente in alcune località italiane.
Vi proponiamo integralmente la storia che ci ha raccontato il surfista ligure, comprese le foto delle sue creazioni.

Sono nato a Genova nel 1967, ho vissuto a Camogli fino al 1991, per poi trasferirmi per lavoro nello Spezzino, dove vivo con la mia famiglia.

L’amore per il mare e le onde mi è stato trasmesso da mio padre che mi insegnò l’arte di “murare le onde”, espressione dialettale genovese per “cavalcare l’onda a nuoto verso riva”, quando ancora ero ragazzino.
Ricordo la trepidazione con la quale si aspettavano le mareggiate estive, specialmente verso fine stagione e le ore passate in acqua in attesa di quella giusta: “quella dopo!!!”, “questa è doppia, non ti prende!!!” e tutte le classiche espressioni che si sentono tutt’ora sulle line up.

Ripensandoci oggi, dopo aver provato diversi spot e tipi di onda, mi vengono i brividi, perché le onde di Camogli erano, e sono tutt’ora, dei beach-breaks super “corti” con atterraggio su ciottoli di varie dimensioni misti a sabbia, infatti era normale uscire con lividi o graffi sanguinanti, ma il divertimento faceva passare tutto.

In seguito mi appassionai al windsurf, poi al bodyboard e, alla fine, al surf, anche se con scarsissimi risultati, causa uscite sporadiche per mancanza di tempo, fino ad arrivare ad una sorta di rassegnazione e di abbandono.

Poi, ad inizio 2016 la svolta… girovagando su Instagram scopro che quello che ho sempre chiamato “murare le onde”, credendo fosse solo una tradizione locale e, in qualche modo, di “nicchia”, è una disciplina sportiva molto diffusa nei paesi “surfisticamente avanzati” che si chiama bodysurf e che si pratica con le pinne e, volendo, con l’ausilio di un attrezzo “magico”, la cosiddetta handboard o handplane, che permette cavalcate molto lunghe, veloci, in diagonale e addirittura di effettuare piccole manovre.

Passa poco tempo e trovo il post di un tipo australiano che mostra una sua tavola prototipo (sembrava una astronave Klingon), metto il like per primo commentando qualcosa tipo: “sono il primo a fare il doppio click, vinco qualche cosa?”.

Nel giro di poco mi risponde dicendomi che gli sono stato subito simpatico e che sarebbe stato super felice di farmi provare una sua tavola… rimango sbalordito, dicendogli che ero un absolute beginner e che non avevo neppure idea di come usarla, ma alla fine “vince” lui e a maggio 2016, dopo 4 settimane di controllo doganale per capire se l’oggetto fosse o meno un’arma impropria, entro in possesso della mia prima handboard.

Passa poco più di un mese in cui compro anche un paio di pinne “serie” (Maka’puu di Churchill) che arriva una mareggiata, scappo prima dall’ufficio, mi butto in acqua nello spot “di casa” a Lerici e… mi si apre un mondo nuovo.

Esco dopo un’ora e mezza con le gambe sfinite dalle pinne, con la schiena dolorante per gli inevitabili “frulloni”, la bocca riarsa dal sale, ma con un sorriso a 3200 denti e la “scimmia” per la mareggiata seguente.

Chi non vive nelle vicinanze dell’oceano, ma sulle rive di un mare “chiuso” come il Mediterraneo, magari vicino a spot che “lavorano” solo con determinati venti e che non ha troppo tempo libero, conosce bene la frustrazione di sapere che le onde stanno rompendo, ma non se le può godere e che, magari, dovrà aspettare settimane o mesi per la mareggiata seguente, sempre sperando che arrivi nel fine settimana.

A causa di quanto sopra, ad oggi, sarò riuscito a buttarmi in acqua in non più di una dozzina di occasioni, alcune volte con condizioni “tristissime” per dimensioni, altre pessime per mare troppo vivo, vento etc, ma nonostante questo la passione mi è entrata fino al midollo.

Visto che adoro il fai da te e lavorare il legno, ad un certo punto ho cominciato a pensare che sarebbe stato simpatico provare a farmi una handboard tutta mia e quindi, dopo vari studi e disegni, ho recuperato due tavolette di compensato di scarto, una “pancera” di neoprene, della cinghia in cordura comprata anni prima e dimenticata nella scatola del cucito, del velcro maschio/femmina (pure quello di origine ignota), due “passanti” di nylon (unici particolari comprati, tot, circa 2 Euro), colla vinilica, fazzoletti di carta (no, quelli no, sto scherzando!!!), delle spine di legno, il cavo spiralato di un vecchio telefono, del filo da cucire sintetico, del tracciante per condutture giallo fluo, della vernice nautica trasparente, un seghetto alternativo ed una levigatrice a carro armato.
Ho mescolato il tutto e dal cumulo di segatura ed altri detriti è uscita la MaxWax67 #1,
una piccola 10 ½″ x 6 ½″ x ¾″ , diamond tail, single concave con strap regolabile e leash spiralato. Carina, ma forse troppo piccola e adatta ad un rider più piccolo e leggero di me.

MaxWax67 #1

MaxWax67 #1

Passano le settimane di piatta, e prende forma l’idea per una seconda tavola, questa volta una “classic almond” con carena concava ed impugnatura passante. Altra novità, la costruzione, perché questa volta i due fogli di compensato (dimensioni come un A4, spessore poco più di 1 cm), vengono accoppiati tramite colla e spine di legno ancora prima del taglio della sagoma finale. Anche l’impugnatura è una novità, una sorta di pad in legno sagomato applicato alla coperta per una presa più salda, ed ecco la MaxWax67 #2.

MaxWax67 #2

La #3 è praticamente uguale, ma con la strap passante nello scafo, rinforzato con un tubetto di alluminio affogato nella carena.

Per la #4 ho grandi progetti, il primo è che dovrà affrontare un viaggio fino agli antipodi, in Australia, come scambio alla pari con la tavola Orange che ha iniziato il tutto, il secondo è che dovrà avere una linea innovativa, quindi mi invento una prua a doppia punta, che si rivelerà, poi, anche un’ottima poppa, una tavola, quindi, bidirezionale.

Sull’onda dell’entusiasmo, e dopo aver perso gli occhi a guardare una marea di modelli di tavolette shapate nei quattro angoli della terra, decido che la #5, rinominata poi #5(0), perché diventata il mio regalo per il 50° compleanno di uno dei miei più cari amici, sarebbe stata ancora più strana ed estrema: in aggiunta ad una doppia prua ancora più larga, per avere più tenuta laterale sulla faccia dell’onda, decido per due mini pinne frontali. Ed ecco che la “The Panz” ha preso forma.

MaxWax67 #3

MaxWax67 #3

MaxWax67 #4

MaxWax67 #4

Per par condicio, la #6 è destinata ad un altro dei miei best buddies, quindi prendo la prua della #5, la metto a poppa, ridisegno una prua “classica” ed apro una impugnatura altrettanto classica con pad in legno pure lei.

Adesso la #5(0) e la #6 risiedono nella provincia di Genova, ma hanno viaggiato più volte fino alla costa basca.

MaxWax67 #5

MaxWax67 #6

L’ultima nata è la #7, denominata “MolaMola Evo”, che è una derivazione della #4 denominata “MolaMola” che vive in Australia. Ha la prua più larga e può essere usata in entrambe le direzioni.
Per questa ho abbandonato i tubetti di rinforzo in carena, optando per due coppie di semplici “tagli” paralleli fatti con la fresa, nei quali passa la strap regolabile.

MaxWax67 #7

MaxWax67 #7

Sulla carta c’è già una #8, che avrà prua e poppa abbastanza larghe e rails molto lunghi e quasi rettilinei, perché ho notato che la tenuta laterale è fondamentale per mantenere una linea più alta possibile sulla faccia dell’onda.
Non so ancora quale tipo di impugnatura scegliere, pensavo ad una grab senza strap, ma non con il foro passante, per dare massima continuità alla carena, quindi una sorta di impugnatura “sopraelevata”, non so, vedrò in fase di realizzazione…

Nel mentre, siccome mio figlio si è impossessato delle mie pinne Churchill, e non me le vuole restituire, ho acquistato un paio delle super tecnologiche ed innovative DMC Repellor, ma non sono ancora riuscito a testarle in maniera soddisfacente.

Questo è un piccolo sunto della mia (nuova) vita da bodysurfer, spero di non aver annoiato nessuno.

Bodysurf Italia

Il bodysurfing è lo sport e l’arte di scivolare sulla cresta delle onde senza servirsi di alcun tipo di tavola.